Io, Dio e gli imbarbariti
"Ho un’età. E mi tocca”. Così parla Eugenio Scalfari che ha tutta l’asciutta ironia della saggezza. “Ecco, mi tocca. Gli amici muoiono e mi tocca andare ai funerali. Nelle chiese mi tocca di ascoltare quello che, dal pulpito, dicono i sacerdoti. Oppure – secondo il grado sociale delle personalità defunte – ciò che predicano i vescovi. E mi tocca sentire quello che a metà tra il favolistico o il sofisticato – dipende dalla qualità del prelato – questi spiegano. Leggi Il vuoto politico del centrosinistra che Repubblica in tutti i modi cerca di colmare
12 AGO 20

"Ho un’età. E mi tocca”. Così parla Eugenio Scalfari che ha tutta l’asciutta ironia della saggezza. “Ecco, mi tocca. Gli amici muoiono e mi tocca andare ai funerali. Nelle chiese mi tocca di ascoltare quello che, dal pulpito, dicono i sacerdoti. Oppure – secondo il grado sociale delle personalità defunte – ciò che predicano i vescovi. E mi tocca sentire quello che a metà tra il favolistico o il sofisticato – dipende dalla qualità del prelato – questi spiegano. Raccontano dell’aldilà e tutti ripetono la stessa cosa: che ci ritroveremo. Ecco, ci incontreremo tutti, nella comunione della vita eterna. E dunque ciascuno si ritroverà i propri cari, gli avi, i trisavoli e gli antenati. Tutto lo scorrere dell’essere nel divenire si manifesterà in un solo istante, oplà, a beneficio di ciascuno. E così anche con i parenti della propria moglie. E così via nell’affollarsi del Creato”.
Scalfari sorride: “Mi ricorda l’apologo dello schiavo e del sultano nelle ‘Mille e una notte’, quando questi offre al servo una ricompensa e quello gli propone un chicco di grano da moltiplicare per ogni quadrato della scacchiera: l’infinito. A quel punto il sultano dice allo schiavo: prenditi pure il mio regno, mi costerà meno”. Un sorriso nudo di ogni sberleffo conclude la professione di dubbio in tema di fede eterna: “Ma non può essere così”.
Che meraviglia che è Scalfari. Ha un’età bellissima, l’eleganza del libertino e un punto di vista, il suo, di buio illuminismo con cui il più distaccato dei devoti d’Himalaya potrebbe trovare i bagliori della risata di Krishna. Scalfari argina con ferma cortesia ogni incursione in oriente: “Nel mio libro c’è l’occidente”.
Ecco, per dirla con Dante, c’è quello che è la “tanto picciola vigilia di’ nostri sensi”. L’occidente, appunto: il continente la cui propaggine è l’America. E nel volume che Eugenio Scalfari ha consegnato in libreria – “Per l’alto mare aperto”, edizioni Einaudi – c’è il destino ultimo dell’uomo che varcò le colonne d’Ercole. E’ il racconto della modernità dal punto di vista personale dell’autore e quando arriviamo a lui, il libro è già bagnato dal successo mondano cui lo stesso Scalfari dimostra affettuoso disincanto: “Quanto vuole che può valere il nostro risultato. Noi che facciamo giornali, noi che facciamo libri, sappiamo bene di parlare ad un ristretto mondo sempre più limitato nei numeri: migliaia di lettori? Cinquantamila? Nella migliore delle ipotesi troviamo un milione di lettori. E tutto il resto, che fa? Che faranno mai tutti quelli che non vivono più della parola ma solo di suoni e d’immagini?”. Afferra la copia intonsa di Repubblica, il giornale da lui fondato nel 1976 e dice: “Questo prodotto è già troppo complesso per la nuova generazione che, invece, ha voglia di leggerselo via Internet. E quello che noi facciamo su carta non può piegarsi alle esigenze del computer”.
Così vogliono i barbari.
“Già, i barbari. Adesso dobbiamo parlare del mio libro, ma va bene: dalle discussioni e dalle recensioni è emersa questa storia dei barbari e degli imbarbariti. Mi dicono: c’è la memoria. La tecnica ha restituito potenza alla memoria. Basta digitare s-p-i-n-o-z-a sulla tastiera e sullo schermo appare tutta l’opera di Baruch Spinoza. E’ vero ma…
C’è sempre meno gente disposta a digitare s-p-i-n-o-z-a.
“I barbari hanno una loro lingua, un loro codice, un preciso alfabeto. In luogo del “per” fanno la “x” della moltiplicazione. I telefonini danno in automatico le parole ma a metà. Sono frammenti di logos, sono balbettii. Sono quegli stessi fonemi che inorridivano i greci quando si vedevano venire incontro i barbari. Il vocabolario si restringe. Frasi fatte e slogan. E questo sono ancora oggi i barbari: quelli che nello sforzo di parlare fanno bar-bar, bar-bar”.
Gli imbarbariti, invece, sono altro.
“Questo non è un libro dove si parla di Berlusconi”.
Ci mancherebbe.
“Gli imbarbariti sono coloro i quali certamente vivono nel nostro mondo ma che delle nostre leggi, della nostra cultura, dei nostri codici fanno strame. Non sono contro la magistratura, ci mancherebbe, ma contro i magistrati politicizzati. Non sono contro la libertà di stampa, ci mancherebbe, ma contro una stampa che diffama. E così via. Mi sembra inutile che dica chi sono. Diciamo che cosa fanno piuttosto: l’imbarbarito non modifica la scala valoriale, la deforma. E così con la nostra memoria e la geografia del moderno. Sporcano col catrame le acque dell’arcipelago. Ovvero, le isole cui si sono ridotte le immense distese di ciò che un tempo era il continente della modernità, uno spazio il cui tempo era circoscritto da quattro secoli, un destino il cui esito è l’incendio delle stelle danzanti di Zarathustra”.
Una modernità che nasce con Montaigne, procede nel Romanticismo, incontra il tramonto e l’abisso: la verità dell’essere dell’ente è il nulla. Il Nichilismo dunque. Eppure torna un’obiezione: I moderni di cui si racconta in “Per l’alto mare aperto” non sono anche i custodi del sacro ? Goethe, per esempio, è nella viva vena d’oriente. Così anche Miguel de Cervantes. Muhammad Iqbal, il maggiore poeta di sangue indiano, nel “Poema celeste” colloca Nietzsche nel paradiso dei mussulmani. Tolstoj che canta “Guerra e Pace”, infine, non è il ritorno del pensiero dell’origine, Omero, la grecità nella carne antica di Santa Madre Russia?
“Non direi. E poi chiariamo la definizione di sacro. Perfino il voodoo è il sacro. E la modernità nasce per far fuori la pretesa di far convivere un mondo con un altro che è allocato al di là del mondo. Tutto il Rinascimento italiano fino a Montaigne è un lavorio per approdare alla percezione inedita del reale dove la metafisica non è più il centro dell’esistenza. L’autonomia individuale disputa il terreno a ciò che si vuole definire ‘il sacro ’, questo volere stare dentro al mondo per starne fuori è solo un involucro che ingabbia il Divino nelle forme che s’identificano nell’Essere e già Platone, scegliendo Dioniso, fissa i paletti. Ascoltiamole le cosmogonie: da un lato vediamo le divinità che hanno scettri e troni e dimora presso l’Olimpo, dall’altro un dio di carne, Dioniso, che abita nei corpi umani”.
Dioniso – figlio di un dio, fatto uomo, squartato e mangiato nell’eucarestia dai propri fedeli – è pietas in luogo della carità, forse è un presagio di Cristo ma poiché nessun linguaggio è innocente, se Nietzsche lo consegna al moderno, non sta volontariamente affidando al nostro tempo un pensiero della religio, un solco nel sacro , ancora più profondo dello stesso cristianesimo?
“E’ un pensiero flessibile, danzante, quello di Nietzsche. In lui non c’è una sistematicità di dottrina. Nulla è rettilineo e non ci sono neppure fasi cronologiche nel suo lavoro. Non concede nulla che possa farci muovere da un inizio e da una fine. Nelle sue pagine troviamo solo i fuochi derivati dalla natura psico-fisica dell’autore. E’ vero, nessun linguaggio si sottrae alla volontà di svelare una verità, meglio: un’interpretazione. Nietzsche stesso ci parla con la voce di Zoroastro, un’altra divinità d’oriente, la polarità che emerge nei suoi scritti, quella di Dioniso e di Apollo, ci trascina alle porte della sapienza greca ma a noi tocca la fatica di discernere ciò che è prezioso in lui da tutto ciò che, al contrario, è frutto dei deliri e delle ossessioni”.
Dalla grande follia alla grande verità.
“L’Io del Dio non c’è in Dioniso. Nello sbranamento, nel disperdersi della forma, Dioniso entra nelle viscere degli altri. E ciò porta alla dimenticanza di sé, cancella la cosa in sé kantiana. Nietzsche, dunque, che pure scrive di aver ritrovato in Spinoza un fondamento alla sua ricerca, chiude e conclude il viaggio della modernità quando dopo la volontà di potenza, l’eterno ritorno, il nichilismo e il superuomo, perviene al caos dal quale emergono le forme, ovvero, il mondo come interpretazione. E nell’interpretazione non c’è verità una e ultima ma un pensiero sontuosamente danzante. Da qui la necessità di una nuova forma”.
La volontà di potenza è volontà di verità, il nostro linguaggio non perviene al pensiero, non è nelle condizioni di decifrare la radura concessa dall’Essere. E questo, con Heidegger che legge Nietzsche, è ancora un ambito del sacro .
“No. Non possiamo piegare il filosofo dello Zaratustra ad una sua singola frase. Abbiamo solo la possibilità di attraversare il suo pensiero quasi in uno stato di trance. E faccio mia l’allegoria del ‘ciceone’ proposta da Giorgio Colli, l’assimilazione di una molteplicità frantumata nell’unità divina. E’ un filtro a due destinazioni: è la bevanda che ristora Demetra quando cerca la figlia rapita ma anche la pozione con cui Circe tenta di ammaliare Odisseo. Demetra prende questa mistura a base di orzo, menta e acqua e trova conforto. Circe aggiunge agli ingredienti il vino, le spezie e il miele e così compone un liquido per prendere e perdere i suoi ospiti solo che Odisseo beve, sguaina la spada e vince la stessa stregoneria. Tutto ciò nel frattempo che gli altri suoi compagni si perdono mentre il capitano, pur alterato, scosso, ne emerge acquisendo una nuova verità. E’ il ciceone di Circe, non quello di Demetra, che noi beviamo leggendo Nietzsche e questa è la modernità nell’espressione più compiuta: il filtro incontra l’intima natura del bevitore, il contenente e il contenuto sono un’identica organicità”.
In nome dei valori moderni e occidentali i teocon, nella recente stagione politica, hanno evocato l’urgenza di una ricristianizzazione. Paradossalmente anche per far fronte al sacro, forse a quel sacro ancora più remoto ma, parafrasando Marx che diceva “la religione è l’oppio dei popoli”, i teocon hanno concluso: “Insomma, diamolo quest’oppio ai popoli”.
“Parliamo degli atei devoti? Io ho scritto nel mio libro proprio di Alexis de Tocqueville, il liberale devoto. Era un ateo ma sosteneva la necessità di utilizzare il deposito di valori cristiani per dare uno sbocco solidale all’individualismo liberale. Nello stato democratico un valore non c’è, tutti sono uguali di fronte alla legge e lui – che non era solo un grande pensatore, ma anche un ottimo ministro degli Esteri di Francia durante tutta la vicenda della Repubblica romana – sognava, da ateo, una democrazia cristiana. Riteneva che i principi della Rivoluzione francese, ovvero libertà, uguaglianza e fratellanza, dovessero identificarsi con una democrazia liberal-cristiana i cui valori sono garantiti nell’ambito delle chiese”.
Recentemente, l’attuale Pontefice, che è molto teocon, ha sciaguratamente detto la stessa cosa: sempre in tema di liberté, égalité, fraternité.
“Ma Tocqueville aveva visto questo virtuoso meccanismo all’opera solo in America dove le chiese non sono ridotte ad una sola e la sua esperienza di ministro gli diede la controprova. Quando cadde la Repubblica romana e tornò al suo trono Pio IX, Tocqueville tentò di convincerlo a dare un’amnistia a quanti avevano combattuto per la Repubblica e poi di ammodernare lo stato pontificio con istituzioni rappresentative. Il Papa non ammodernò nulla e l’amnistia, invece che darla mirata, per come gli chiedeva Tocqueville, volle concederla a tutti in virtù di un ragionamento: ‘Torno io che sono il Papa e deve essere una grande festa, liberi tutti!’. Ebbene, la controprova: ciò che Tocqueville temeva si confermava. Nell’ambito delle chiese, qui, da noi, in Italia, la chiesa è una. E non rinuncia all’inframmettenza nella politica”.
Ci sono i postmoderni, gli antimoderni.
“Ma non sono interessanti, al più sono degli arredatori, dei signori che si occupano con gusto di scelte estetiche”.
Restano i barbari.
“Ogni generazione ha sempre contestato il patrimonio ricevuto in eredità: mio nonno paterno, un socialista, mi chiedeva stupito: ma perché la volete fare questa guerra? Ed eravamo interventisti quando i nostri padri erano neutralisti, nazionalisti quando i vecchi erano ancora legati agli stati regionali, siamo diventati lettori di Montale mentre tutti erano stati ubriacati da D’Annunzio, ho dovuto leggere tre volte Nietzsche per liberarmi di volta in volta di una crosta lasciata dalle precedenti stagioni. Questa è la prima generazione che non contesta il patrimonio di memoria, la rimuove senza neppure conoscerla. Ma queste sono considerazioni nate a margine del libro, un intervistatore che voglia annoiarmi di solito se ne esce dicendomi: ‘Ma la volontà di potenza c’è sempre stata!’. Ma che vuol dire, dico io. L’uomo è solo un animale in cui l’istinto si duplica: nell’egoismo e nella solidarietà della specie. E’ qui che l’uomo fabbrica la propria grandezza. Qui nessuno figlia e la nostra specie, per farsi memoria, per avere una propria biografia, deve accogliere lo straniero. Al contrario di quanto accade nelle nostre sponde dove tutto diventa sterile, di fronte a noi, oltre il mare, c’è un’umanità che arriva e che fa figli. Pensiamo alle nostre badanti e a chi lavora per noi. A casa mia c’è una ragazza di Capoverde. Ha avuto un bambino. Che dico? Abbiamo avuto un bambino, una festa cui abbiamo partecipato tutti in famiglia e quando per il battesimo sono venuti tutti i parenti da Capo Verde – loro sono credenti – ho visto queste splendide ragazze che portano il sole in faccia, tutte magnifiche, tutte belle ed è solo il meticciato che potrà avere ragione del pericolo in cui versa la nostra stessa sopravvivenza. Guardiamo ai neri che si sono mescolati al sangue brasiliano, tutti bellissimi, che differenza invece con gli indios che sono proprio bruttarelli”.
Ecco, un prologo ci vuole. Il libro di Scalfari comincia mentre incontra Diderot alla panchina nel giardino del Palais-Royal, un vero e proprio Virgilio per l’autore di “Per l’alto mare aperto”. Così come lui va dal filosofo a noi, in virtù dei nostri maligni rami, spetta il ruolo di Mefistofele al cospetto d’Iddio. Come nella rappresentazione del Faust. Ecco, dunque, il prologo che ci vuole: “Di quando in quando vedo volentieri il Vecchio e mi guardo bene dal rompere con lui. E’ proprio carino da parte di un così gran signore e padre parlare tanto umanamente anche col diavolo”.
Scalfari sorride: “Mi ricorda l’apologo dello schiavo e del sultano nelle ‘Mille e una notte’, quando questi offre al servo una ricompensa e quello gli propone un chicco di grano da moltiplicare per ogni quadrato della scacchiera: l’infinito. A quel punto il sultano dice allo schiavo: prenditi pure il mio regno, mi costerà meno”. Un sorriso nudo di ogni sberleffo conclude la professione di dubbio in tema di fede eterna: “Ma non può essere così”.
Che meraviglia che è Scalfari. Ha un’età bellissima, l’eleganza del libertino e un punto di vista, il suo, di buio illuminismo con cui il più distaccato dei devoti d’Himalaya potrebbe trovare i bagliori della risata di Krishna. Scalfari argina con ferma cortesia ogni incursione in oriente: “Nel mio libro c’è l’occidente”.
Ecco, per dirla con Dante, c’è quello che è la “tanto picciola vigilia di’ nostri sensi”. L’occidente, appunto: il continente la cui propaggine è l’America. E nel volume che Eugenio Scalfari ha consegnato in libreria – “Per l’alto mare aperto”, edizioni Einaudi – c’è il destino ultimo dell’uomo che varcò le colonne d’Ercole. E’ il racconto della modernità dal punto di vista personale dell’autore e quando arriviamo a lui, il libro è già bagnato dal successo mondano cui lo stesso Scalfari dimostra affettuoso disincanto: “Quanto vuole che può valere il nostro risultato. Noi che facciamo giornali, noi che facciamo libri, sappiamo bene di parlare ad un ristretto mondo sempre più limitato nei numeri: migliaia di lettori? Cinquantamila? Nella migliore delle ipotesi troviamo un milione di lettori. E tutto il resto, che fa? Che faranno mai tutti quelli che non vivono più della parola ma solo di suoni e d’immagini?”. Afferra la copia intonsa di Repubblica, il giornale da lui fondato nel 1976 e dice: “Questo prodotto è già troppo complesso per la nuova generazione che, invece, ha voglia di leggerselo via Internet. E quello che noi facciamo su carta non può piegarsi alle esigenze del computer”.
Così vogliono i barbari.
“Già, i barbari. Adesso dobbiamo parlare del mio libro, ma va bene: dalle discussioni e dalle recensioni è emersa questa storia dei barbari e degli imbarbariti. Mi dicono: c’è la memoria. La tecnica ha restituito potenza alla memoria. Basta digitare s-p-i-n-o-z-a sulla tastiera e sullo schermo appare tutta l’opera di Baruch Spinoza. E’ vero ma…
C’è sempre meno gente disposta a digitare s-p-i-n-o-z-a.
“I barbari hanno una loro lingua, un loro codice, un preciso alfabeto. In luogo del “per” fanno la “x” della moltiplicazione. I telefonini danno in automatico le parole ma a metà. Sono frammenti di logos, sono balbettii. Sono quegli stessi fonemi che inorridivano i greci quando si vedevano venire incontro i barbari. Il vocabolario si restringe. Frasi fatte e slogan. E questo sono ancora oggi i barbari: quelli che nello sforzo di parlare fanno bar-bar, bar-bar”.
Gli imbarbariti, invece, sono altro.
“Questo non è un libro dove si parla di Berlusconi”.
Ci mancherebbe.
“Gli imbarbariti sono coloro i quali certamente vivono nel nostro mondo ma che delle nostre leggi, della nostra cultura, dei nostri codici fanno strame. Non sono contro la magistratura, ci mancherebbe, ma contro i magistrati politicizzati. Non sono contro la libertà di stampa, ci mancherebbe, ma contro una stampa che diffama. E così via. Mi sembra inutile che dica chi sono. Diciamo che cosa fanno piuttosto: l’imbarbarito non modifica la scala valoriale, la deforma. E così con la nostra memoria e la geografia del moderno. Sporcano col catrame le acque dell’arcipelago. Ovvero, le isole cui si sono ridotte le immense distese di ciò che un tempo era il continente della modernità, uno spazio il cui tempo era circoscritto da quattro secoli, un destino il cui esito è l’incendio delle stelle danzanti di Zarathustra”.
Una modernità che nasce con Montaigne, procede nel Romanticismo, incontra il tramonto e l’abisso: la verità dell’essere dell’ente è il nulla. Il Nichilismo dunque. Eppure torna un’obiezione: I moderni di cui si racconta in “Per l’alto mare aperto” non sono anche i custodi del sacro ? Goethe, per esempio, è nella viva vena d’oriente. Così anche Miguel de Cervantes. Muhammad Iqbal, il maggiore poeta di sangue indiano, nel “Poema celeste” colloca Nietzsche nel paradiso dei mussulmani. Tolstoj che canta “Guerra e Pace”, infine, non è il ritorno del pensiero dell’origine, Omero, la grecità nella carne antica di Santa Madre Russia?
“Non direi. E poi chiariamo la definizione di sacro. Perfino il voodoo è il sacro. E la modernità nasce per far fuori la pretesa di far convivere un mondo con un altro che è allocato al di là del mondo. Tutto il Rinascimento italiano fino a Montaigne è un lavorio per approdare alla percezione inedita del reale dove la metafisica non è più il centro dell’esistenza. L’autonomia individuale disputa il terreno a ciò che si vuole definire ‘il sacro ’, questo volere stare dentro al mondo per starne fuori è solo un involucro che ingabbia il Divino nelle forme che s’identificano nell’Essere e già Platone, scegliendo Dioniso, fissa i paletti. Ascoltiamole le cosmogonie: da un lato vediamo le divinità che hanno scettri e troni e dimora presso l’Olimpo, dall’altro un dio di carne, Dioniso, che abita nei corpi umani”.
Dioniso – figlio di un dio, fatto uomo, squartato e mangiato nell’eucarestia dai propri fedeli – è pietas in luogo della carità, forse è un presagio di Cristo ma poiché nessun linguaggio è innocente, se Nietzsche lo consegna al moderno, non sta volontariamente affidando al nostro tempo un pensiero della religio, un solco nel sacro , ancora più profondo dello stesso cristianesimo?
“E’ un pensiero flessibile, danzante, quello di Nietzsche. In lui non c’è una sistematicità di dottrina. Nulla è rettilineo e non ci sono neppure fasi cronologiche nel suo lavoro. Non concede nulla che possa farci muovere da un inizio e da una fine. Nelle sue pagine troviamo solo i fuochi derivati dalla natura psico-fisica dell’autore. E’ vero, nessun linguaggio si sottrae alla volontà di svelare una verità, meglio: un’interpretazione. Nietzsche stesso ci parla con la voce di Zoroastro, un’altra divinità d’oriente, la polarità che emerge nei suoi scritti, quella di Dioniso e di Apollo, ci trascina alle porte della sapienza greca ma a noi tocca la fatica di discernere ciò che è prezioso in lui da tutto ciò che, al contrario, è frutto dei deliri e delle ossessioni”.
Dalla grande follia alla grande verità.
“L’Io del Dio non c’è in Dioniso. Nello sbranamento, nel disperdersi della forma, Dioniso entra nelle viscere degli altri. E ciò porta alla dimenticanza di sé, cancella la cosa in sé kantiana. Nietzsche, dunque, che pure scrive di aver ritrovato in Spinoza un fondamento alla sua ricerca, chiude e conclude il viaggio della modernità quando dopo la volontà di potenza, l’eterno ritorno, il nichilismo e il superuomo, perviene al caos dal quale emergono le forme, ovvero, il mondo come interpretazione. E nell’interpretazione non c’è verità una e ultima ma un pensiero sontuosamente danzante. Da qui la necessità di una nuova forma”.
La volontà di potenza è volontà di verità, il nostro linguaggio non perviene al pensiero, non è nelle condizioni di decifrare la radura concessa dall’Essere. E questo, con Heidegger che legge Nietzsche, è ancora un ambito del sacro .
“No. Non possiamo piegare il filosofo dello Zaratustra ad una sua singola frase. Abbiamo solo la possibilità di attraversare il suo pensiero quasi in uno stato di trance. E faccio mia l’allegoria del ‘ciceone’ proposta da Giorgio Colli, l’assimilazione di una molteplicità frantumata nell’unità divina. E’ un filtro a due destinazioni: è la bevanda che ristora Demetra quando cerca la figlia rapita ma anche la pozione con cui Circe tenta di ammaliare Odisseo. Demetra prende questa mistura a base di orzo, menta e acqua e trova conforto. Circe aggiunge agli ingredienti il vino, le spezie e il miele e così compone un liquido per prendere e perdere i suoi ospiti solo che Odisseo beve, sguaina la spada e vince la stessa stregoneria. Tutto ciò nel frattempo che gli altri suoi compagni si perdono mentre il capitano, pur alterato, scosso, ne emerge acquisendo una nuova verità. E’ il ciceone di Circe, non quello di Demetra, che noi beviamo leggendo Nietzsche e questa è la modernità nell’espressione più compiuta: il filtro incontra l’intima natura del bevitore, il contenente e il contenuto sono un’identica organicità”.
In nome dei valori moderni e occidentali i teocon, nella recente stagione politica, hanno evocato l’urgenza di una ricristianizzazione. Paradossalmente anche per far fronte al sacro, forse a quel sacro ancora più remoto ma, parafrasando Marx che diceva “la religione è l’oppio dei popoli”, i teocon hanno concluso: “Insomma, diamolo quest’oppio ai popoli”.
“Parliamo degli atei devoti? Io ho scritto nel mio libro proprio di Alexis de Tocqueville, il liberale devoto. Era un ateo ma sosteneva la necessità di utilizzare il deposito di valori cristiani per dare uno sbocco solidale all’individualismo liberale. Nello stato democratico un valore non c’è, tutti sono uguali di fronte alla legge e lui – che non era solo un grande pensatore, ma anche un ottimo ministro degli Esteri di Francia durante tutta la vicenda della Repubblica romana – sognava, da ateo, una democrazia cristiana. Riteneva che i principi della Rivoluzione francese, ovvero libertà, uguaglianza e fratellanza, dovessero identificarsi con una democrazia liberal-cristiana i cui valori sono garantiti nell’ambito delle chiese”.
Recentemente, l’attuale Pontefice, che è molto teocon, ha sciaguratamente detto la stessa cosa: sempre in tema di liberté, égalité, fraternité.
“Ma Tocqueville aveva visto questo virtuoso meccanismo all’opera solo in America dove le chiese non sono ridotte ad una sola e la sua esperienza di ministro gli diede la controprova. Quando cadde la Repubblica romana e tornò al suo trono Pio IX, Tocqueville tentò di convincerlo a dare un’amnistia a quanti avevano combattuto per la Repubblica e poi di ammodernare lo stato pontificio con istituzioni rappresentative. Il Papa non ammodernò nulla e l’amnistia, invece che darla mirata, per come gli chiedeva Tocqueville, volle concederla a tutti in virtù di un ragionamento: ‘Torno io che sono il Papa e deve essere una grande festa, liberi tutti!’. Ebbene, la controprova: ciò che Tocqueville temeva si confermava. Nell’ambito delle chiese, qui, da noi, in Italia, la chiesa è una. E non rinuncia all’inframmettenza nella politica”.
Ci sono i postmoderni, gli antimoderni.
“Ma non sono interessanti, al più sono degli arredatori, dei signori che si occupano con gusto di scelte estetiche”.
Restano i barbari.
“Ogni generazione ha sempre contestato il patrimonio ricevuto in eredità: mio nonno paterno, un socialista, mi chiedeva stupito: ma perché la volete fare questa guerra? Ed eravamo interventisti quando i nostri padri erano neutralisti, nazionalisti quando i vecchi erano ancora legati agli stati regionali, siamo diventati lettori di Montale mentre tutti erano stati ubriacati da D’Annunzio, ho dovuto leggere tre volte Nietzsche per liberarmi di volta in volta di una crosta lasciata dalle precedenti stagioni. Questa è la prima generazione che non contesta il patrimonio di memoria, la rimuove senza neppure conoscerla. Ma queste sono considerazioni nate a margine del libro, un intervistatore che voglia annoiarmi di solito se ne esce dicendomi: ‘Ma la volontà di potenza c’è sempre stata!’. Ma che vuol dire, dico io. L’uomo è solo un animale in cui l’istinto si duplica: nell’egoismo e nella solidarietà della specie. E’ qui che l’uomo fabbrica la propria grandezza. Qui nessuno figlia e la nostra specie, per farsi memoria, per avere una propria biografia, deve accogliere lo straniero. Al contrario di quanto accade nelle nostre sponde dove tutto diventa sterile, di fronte a noi, oltre il mare, c’è un’umanità che arriva e che fa figli. Pensiamo alle nostre badanti e a chi lavora per noi. A casa mia c’è una ragazza di Capoverde. Ha avuto un bambino. Che dico? Abbiamo avuto un bambino, una festa cui abbiamo partecipato tutti in famiglia e quando per il battesimo sono venuti tutti i parenti da Capo Verde – loro sono credenti – ho visto queste splendide ragazze che portano il sole in faccia, tutte magnifiche, tutte belle ed è solo il meticciato che potrà avere ragione del pericolo in cui versa la nostra stessa sopravvivenza. Guardiamo ai neri che si sono mescolati al sangue brasiliano, tutti bellissimi, che differenza invece con gli indios che sono proprio bruttarelli”.
Ecco, un prologo ci vuole. Il libro di Scalfari comincia mentre incontra Diderot alla panchina nel giardino del Palais-Royal, un vero e proprio Virgilio per l’autore di “Per l’alto mare aperto”. Così come lui va dal filosofo a noi, in virtù dei nostri maligni rami, spetta il ruolo di Mefistofele al cospetto d’Iddio. Come nella rappresentazione del Faust. Ecco, dunque, il prologo che ci vuole: “Di quando in quando vedo volentieri il Vecchio e mi guardo bene dal rompere con lui. E’ proprio carino da parte di un così gran signore e padre parlare tanto umanamente anche col diavolo”.